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Martedì 02 Giugno 2026

VI PRESENTO I MIEI... — il Blog di Dino Fiumalbi

Dino Fiumalbi

Dino Fiumalbi è nato e vive a Pontedera, dove ha svolto diversi mestieri, fra i quali l’insegnante. Nel 2018 ha pubblicato una ricerca sulla città e su un pontaderese, frequente commensale di Napoleone all’Elba : - Giuseppe Balbiani, 1767-1851 Da Pont’ad Era a Napoleone e ritorno a Pontedera, Tagete, Pontedera, 2018. Ha pubblicato quattro libri di narrativa, esauriti in stampa ma presenti in Bibliolandia, la rete provinciale delle biblioteche pisane: - La neve e il Vermentino, Carmignani, Cascina, 2015 - Noi umani cerchiamo quadrature, Bandecchi & Vivaldi, Pontedera, 2019. - Le Donne, il Diavolo e il Destino, Bandecchi & Vivaldi, Pontedera, 2021 - Il Marmo, le Mani, la Musica, Bandecchi & Vivaldi, Pontedera, 2023 È molto affezionato ai suoi personaggi, silenti consiglieri della sua famiglia di carta. Per questa ragione ha deciso di presentarli nel blog, fra storie e metastorie.

Riccarda

di Dino Fiumalbi - Martedì 02 Giugno 2026 ore 08:00

Riccarda Benassi è la prima detective del trio scatenato nell’Opera al giallo del libro Le Donne. Il Diavolo e il Destino, uscito nel 2019. È una biologa molto fuori dagli schemi che, per le sue ricerche non frequenta i laboratori, ma preferisce di gran lunga i boschi in cui gira, di notte e di giorno con il suo cane Baldo, un lagotto intrepido e sempre affamato.

Riccarda è la sorella minore della dottoressa Teresa di cui abbiamo già parlato nel terzo articolo del Blog: https://www.quinewsvaldera.it/blog/vi-presento-i-miei-dino-fiumalbi/teresa-blog-dino-fiumalbi.htm L’abbiamo lasciata che stava andando a trovarla, dopo l’incontro con Paris, nella macchia di Berignone, alla fine della festa medievale volterrana.

In un prossimo articolo tornerò in maniera più dettagliata sulla sua storia; qui voglio svelare, come promesso all’inizio, una sua metastoria, quella che mi ha bisbigliato mentre camminavo sulla battigia…

Riccarda non ama il mare, è devota alla montagna, ma non ha potuto dire di no agli amici camperisti che l’hanno invitata a visitare il parco della Sterpaia, nel comune di Piombino.

Loro al mattino, a una cert’ora (modo elegante per dire tardi), vanno in spiaggia, si spalmano minuziose creme solari, preparano lettini come fossero altari, e si predispongono al focoso abbraccio solare, per una tintarella uniforme e invidiabile.

Lei non si unge, non si sdraia, si siede sulla sabbia, si sposta, si risiede e, dopo dieci minuti di sbuffi, soffi e allungamenti di gambe, si piazza il cappellaccio in testa, fischia al fedele lagotto Baldo e decide di fare l’unica cosa che ama:

- Io vado a fare due passi – dice agli amici, che stavano scommettendo su quanto avrebbe ancora resistito e le chiedono, con un velo di sarcasmo, se pensa di tornare per cena…

- Penso di sì, ma non mi aspettate – risponde lei, raddoppiando il sarcasmo.

Prende a camminare sulla battigia mentre il cane si tiene a prudente distanza dall’acqua.

- Non ti faccio il bagno, non ti preoccupare – lo tranquillizza senza convincerlo, anzi inducendolo ad aumentare la distanza dalla zona umida, non ci sia mai un ripensamento traditore.

Lei percorre quella specie di pista liscia e inclinata, dove la sabbia bagnata è più solida e osserva di lato l’unica forma vegetale disponibile in quell’ambiente, ovvero gli arbusti e gli alberi retrodunali e le poche piante pioniere che spuntano alla fine della spiaggia. Osserva e si complimenta mentalmente con i curatori di quell’ambiente, che prima ospitava un antico sistema di saline. Nei residui canali di scolo ha già notato gigantesche tartarughe acquatiche, una coppia di nutrie e uccelli palustri dappertutto.

Torna a guardare il mare, che le appare come una monotona distesa d’acqua, e mette lo sguardo a terra, sull’altrettanto monotona distesa di sabbia. Poi si accorge che fra i mucchietti di granelli, spuntano anche parecchi sassolini, levigati, lucidi quando sono bagnati, opachi da asciutti. I colori sono variegati, dal marrone chiaro al grigio scuro, fino al nero. Alcuni sono striati da inserimenti di sostanza lapidea diversa, a dimostrazione forse che quegli oggetti, oggi inanimati, molto tempo addietro si sono agitati, imparentandosi fra loro con fusioni, sedimentazioni e metamorfosi. Lei è una biologa e i tempi lunghi della geologia non l’hanno mai attratta, ha sempre preferito, e continua a farlo, i tempi più brevi degli esseri viventi, piante o animali che siano.

Continua comunque a osservare quella rassegna di forme levigate e si sofferma su un sasso che spicca per il suo color rosso mattone; si avvicina, lo raccoglie e si rende conto che del mattone non ha solo il colore, ma anche la sostanza. È un frammento di terracotta, un laterizio probabilmente, a giudicare da alcune striature sulla superficie.

- O te cosa ci fai sulla riva del mare – dice a voce alta, facendo voltare Baldo che la osserva perplesso.

Si mette a esaminare meglio il coccio, presa da una curiosità che non si aspettava: la granulometria non è uniforme, anzi appare anche piena di impurità.

- Sei piuttosto vecchiotto, mi pare – continua rivolgendosi al frammento e smettendo di camminare. Baldo si siede, intuendo che forse è arrivato il momento di uno dei frequenti soliloqui che la padrona gli regala quando sono in giro. Agita anche un po’ la coda perché spesso, a conclusione delle chiacchiere, ovviamente a senso unico, riceve un biscottino premio per l’ascolto e l’attenzione simulati.

Riccarda è rimasta colpita da questo oggetto, inconsueto su una spiaggia senza costruzioni vicine, e prosegue in quello che, stavolta, non è un soliloquio, ma un vero colloquio con, e qui è il proprio il caso di dirlo, un convitato di pietra.

- Vediamo se riesco a immaginare la tua vita: le irregolarità dell’impasto mi dicono che non nasci da una argilla raffinata. Hai una superficie piana quindi non sei stato fatto al tornio e probabilmente hai fatto parte della copertura di qualche edificio.

Continuando sottovoce si siede appoggiandosi a uno dei tanti paletti che fungono da protezione per le piante pioniere. Un pino marittimo getta la sua ombra fin lì e lei sospende le domande dirette, distende le membra e si assopisce con questo coccio in mano. Con il cappello calato sugli occhi e la risacca in sottofondo, si rilassa in una sorta di dormiveglia, mentre il cane, non vedendo arrivare biscotti, la anticipa nell’assopimento, con la testa appoggiata sulle gambe.

Riccarda sogna la vita del coccio, le sue trasformazioni, naturali e artificiali. Il contatto diretto della terracotta la mette in comunicazione con le altre mani per le quali l’oggetto è passato. Sogna un ragazzetto vestito di stracci che tiene sulle spalle un corbello pieno di argilla, mentre risale una scala di legno affondata in un ricavo scivoloso. Il pesante fardello viene consegnato a un ragazzo più grande che lo rovescia su un tavolaccio, ne preleva una parte che spalma in uno stampo da tegole. L’argilla viene spianata, e dopo che ha preso la forma giusta viene messa a essiccare al sole; è ancora argilla, a cui la mano umana ha solo dato una forma. Poi sente il calore del sole sulla pelle e le pare che sia quello del forno dove l’argilla cuoce e cambia anche di sostanza, diventando terracotta con il secondo passaggio; sogna quindi un carro carico, trainato da buoi che porta i manufatti a un cantiere con le impalcature di legno, c’è rumore di carriole, di pale che impastano e di manovali che vanno su e giù col carico delle tegole fino al tetto, dove il muratore le dispone in belle file ordinate; poi c’è pioggia, vento, sole e ancora pioggia, vento, sole, finché non si sentono delle grandi esplosioni e le tegole saltano per aria sbriciolate da una bomba di aereo; poi la pace e la calma.

Un camion con insegne militari viene caricato di macerie, trasportate e scaricate in una zona vicino al mare per costruirci una strada, che dura solo qualche anno, travolta da diverse esondazioni che portano le macerie in mare. Alcuni pezzi sono trasportati lontano e lì rimangono sepolti sul fondo, altri rimangono nei pressi della battigia, col mare che incomincia a giocare con loro, buttandoli sulla spiaggia e riprendendoli svariate volte, con carezze rustiche di acqua e di sabbia.

Baldo guarda la padrona che oscilla impercettibilmente come se stesse seguendo i movimenti del ciottolo e le strofina il muso sotto la mano per la solita carezza.

Riccarda si sveglia, guarda il pezzo, lo vezzeggia e riprende a parlarci, ringraziandolo per la bella storia:

- Ti porto a casa mia, così ti riposi.

Dino Fiumalbi

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